Il mito di Palinuro

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Il termine Palinuro a molti evoca soltanto una ridente località turistica nel cuore del Parco Nazionale del Cilento. In realtà dietro a questo nome si alternano secoli di storia, leggenda e mitologia.

Palinuro deriva dal greco Palinouros ovvero vento contrario, ciò ci spinge a dedurre che sin dall'epoca greca la zona fosse nota, nonché temuta dai naviganti per la pericolosità dei suoi venti e delle sue correnti.

In epoca romana, il poeta latino Publio Virgilio Marone chiamato dall'imperatore Augusto a celebrare la fondazione dell'impero romano, decise di scrivere un poema epico dal titolo Eneide. La storia ha l'evidente finalità di collegare tra loro le due più grandi civiltà, quella greca e quella latina, conosciute fino a quel momento, con lo scopo di esaltare la storia di Roma.

Cosa racconta l'Eneide di Virgilio?

Palinuro il nocchiero di Enea
Leggenda di Palinuro

Virgilio decide di raccontare le vicende che avrebbero condotto uno degli eroi della guerra di Troia, Enea, dalla Grecia fino a Roma, dove avrebbe dato vita alla Gens Iulia e fondato la città. Durante il suo racconto, precisamente nel V libro, Virgilio narra la storia di Palinuro, il nocchiero di Enea, tradito da Dio Sonno e caduto in mare durante una notte di navigazione. Per tre lunghi giorni e tre notti il naufrago si ritrovò dunque in balia della tempesta. Una volta giunto a riva, con il corpo completamente ricoperto di alghe, viene scambiato dagli indigeni del luogo per un mostro marino, di conseguenza ucciso e abbandonato alle intemperie.

Nel VI libro Virgilio ritorna a parlare di Palinuro, a questo punto della narrazione Enea vaga in compagnia della Sibilla, tra le anime degli insepolti. Qui incontra proprio il suo ex nocchiero, il quale prima gli racconta delle sue peripezie e poi gli chiede una degna sepoltura. Enea è pronto a ritornare sul luogo dell'omicidio per rispettare le volontà del suo compagno. La Sibilla però lo blocca e rivela loro che il corpo non potrà mai più essere ritrovato perché preso dal Dio Nettuno ma che comunque i suoi assassini si ricorderanno in eterno di lui perché ad esso dovranno dedicare un cenotafio e proprio da esso prenderà il nome da terra in cui vivono. Si chiamerà per sempre Palinuro ad eterna memoria del crimine commesso.

Con il passare del tempo la storia di Palinuro non perderà mai il suo fascino, subirà numerose manipolazioni, dando vita a un'infinità di leggende. Anche poeti e scrittori nel corso dei secoli sono tornati più volte sulla vicenda. Tra questi possiamo citare Giuseppe Ungaretti, il quale restò a tal punto colpito dal racconto da dedicare al nocchiero di Enea un suo personale epitaffio:

"...Erto più su più mi legava il sonno,

Dietro allo scafo a pezzi della pace

Struggeva gli occhi crudeltà mortale;

Piloto vinto d’un disperso emblema,

Vanità per riaverlo emulai d’onde;

Ma nelle vene già impietriva furia

Crescente d’ultimo e più arcano sonno,

E più su d’onde e emblema della pace

Così divenni furia non mortale."

Il cenotafio di Palinuro

Palinuro, la perla del Cilento, è un luogo di grande bellezza naturale, storia e mito, che rappresenta una meta turistica di grande richiamo internazionale. Anche i suoi dintorni sono di grande fascino, come ad esempio Caprioli, che custodisce un importante ricordo storico legato al nocchiero di Enea, da cui prende il nome il Capo. Si tratta del Cenotafio di Palinuro, un luogo di notevole interesse storico e culturale, purtroppo spesso dimenticato.

Questo sepolcro vuoto è stato eretto dai Lucani per espiare la propria colpa nell'uccisione e cannibalizzazione del nocchiero Palinuro, che si era addormentato e caduto in mare durante il viaggio con l'armata di Enea dalla costa libica. Per placare i Mani protettori di Palinuro, l'oracolo consigliò ai Lucani di erigere un altare ove sacrificare una capra, da cui il luogo prese il nome di Torre del Capro, poi mutato in Caprioli.

Il Cenotafio si trova in una posizione panoramica, sulla prominenza dove comincia a delinearsi il porto. L'opera, di forma quadrata, è formata da piccole pietre, solo negli angoli più grandi e alcune passate sul fuoco per assumere un colore rosso. Le testimonianze presenti nei testi che trattano la sua storia descrivono l'opera come larga 32 palmi e alta 24, di cui 16 al di sopra del livello del terreno e 8 al di sotto, con due porte, una a sud ed una a nord, e un piccolo portico tra le due. Si ritiene che inizialmente vi fossero due torri, di cui una cadde e l’altra rimase intatta con parte del portico. All'interno vi era una volta più bassa e più stretta composta di grandissimi mattoni, con delle rappresentazioni sulle pareti.

Il sigillo della Sovrintendenza ai Beni Culturali di Salerno, posto nel 1930, testimonia il riconoscimento del Cenotafio come reperto di notevole interesse storico. Nonostante la sua posizione di difficile accesso, il Cenotafio potrebbe costituire un'importante attrazione turistica se valorizzato a dovere. Tuttavia, l'esigenza più urgente è quella di preservarlo dalle ingiurie del tempo e dell'uomo.

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